Ricchezze dall’aula

Fai della tua vita un “meraviglioso spettacolo”

a cura di Biagio Termo
Responsabile del Servizio Logistica dell’Università di Padova

 

Dovevo seguire uno dei tanti corsi riservati agli allenatori di calcio che hanno quasi sempre l’obiettivo di aumentare le conoscenze tecniche del gioco. Avevo avuto anche la possibilità di fare tanti incontri di coaching per aumentare le mie capacità di condurre un gruppo.
La platea a cui si rivolgeva quest’ultima esperienza spaziava tra persone di età universitaria e gli ultra sessantenni che per passione svolgevano l’attività.
Mi chiedevo nel mio incedere verso i banchi quale ‘minestra’ mi avrebbero propinato.
Speravo non fosse troppo scaldata, ma nel mio muovermi a zig zag alla ricerca del posto ideale, pensavo tra me e me se mi capita un altro masticatore di caramelle vado via, quando per caso trovai posto a fianco di una persona che mi sembrava ‘normale’.
Fatte le dovute presentazioni (qual è il focus o primo incontro in cui l’approccio non è quello della presentazione?) trovai assai curioso che il nostro docente non fosse in tuta ginnica coi colori sociali della squadra che allenava.
Si fa così, mi avevano insegnato, per fare gruppo.
A me sembra un modo idiota di appiattire la personalità.
Va be ne parlerò in altra occasione, comunque la pensiate.
Fu con curiosità assoluta che sentì il docente incominciare a discorrere sui nostri istinti primordiali e sulle nostre capacità ‘umane’ di crearci, dal nostro vissuto, un indice di sensazioni, emozioni e decisioni che lievitano quando incontriamo le persone per la prima volta.
In ambito lavorativo molto più accentuate che altrove.
Smisi di pensare ai problemi e casini che mi frullavano per la testa.
Quello ‘strano’ docente stava parlando di leadership e coaching in modo diverso: partendo dalla coda.
Ci spiegò che avrebbe aperto la serata un breve cortometraggio dal titolo ‘Il circo della farfalla’.
Avrei giurato si trattasse della preparazione fisica dei circensi.
Quanto mi sbagliavo.
Nel film, Il signor Méndez è il proprietario di un circo che per caso si ferma in un luna park e visita il “padiglione delle mostruosità umane” dove c’è anche Will.
“Una perversione della natura, un uomo, a cui Dio stesso ha voltato le spalle!” dice chi presenta questo macabro show quando apre la tendina e mostra Will agli spettatori: è nato privo di arti.
Ma qualcosa cambia in Will quando il signor Méndez lo guarda con occhi diversi.
Will prima lo rifiuta, ma poi lo segue.
Il signor Méndez dirige un altro tipo di spettacolo:
“Signori e signore, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore”.
Il circo di Mendez permette ai suoi collaboratori di presentare qualcosa di “straordinario”, qualcosa in cui eccellere, qualcosa di positivo da “ammirare”.
A contatto con loro Will praticamente “rinasce”, sfidato dalla frase di Méndez:
“Se solo tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri, se tu potessi vedere ciò che di meraviglioso c’è in te”.
Will è titubante e perplesso e non crede di farcela.
Allora Mendez gli dice “più grande è la lotta e più glorioso il trionfo!”.
A Will quelle parole risultano come una legge della vita, una vita che anche lui può afferrare!
In loro compagnia e grazie alla loro umanità, specialmente quella di Méndez, Will subisce la meravigliosa metamorfosi, come quella del bruco che diventa farfalla, che poi spicca il volo.
Il pubblico è testimone della metamorfosi quando Méndez lo presenta –commosso – per la prima volta:
“Signori, ora vedrete un’anima coraggiosa mentre imbroglia la morte salendo fino a 50 piedi in aria e saltando dentro questa piccola piscina”.
Will ha trovato la sua strada: Il bruco è diventato la farfalla cui allude il nome del circo.

Un applauso fragoroso invase la sala dopo questi 18/20 minuti di film, avemmo all’unisono la visione chiara di quale fosse il ruolo di leader, di trainer, di allena-educatore.
Non sfuggiva più a nessuno che ogni oltre parola che si poteva proferire, il signor Mendez aveva quelle doti e quelle capacità che ognuno di noi vorrebbe avere.
Aveva fatto emergere in Will il desiderio di appartenenza e di riscatto puntando sulle sue doti non sulle sue menomazioni o deficienze fisiche.

Pochi minuti mi avevano insegnato quanto è grande il potere della capacità di meravigliarsi e di saper guardare oltre l’apparenza, qualunque sia la nostra condizione attuale: mentale, fisica o sociale, il cambiamento è sempre possibile.
Ognuno possiede infinite potenzialità e punti di forza che possono emergere e farci eccellere, farci sentire “straordinari”, e fare cambiare la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda.
Il leader deve riuscire anche a farti guardare con occhi diversi e guardare gli altri con occhi diversi.

Allenare tutti a vedere le potenzialità e risorse delle persone ( o atleti) e a puntare su quello che c’è, non su ciò che manca.

Per vedere il cortometraggio “Il Circo della Farfalla” cliccare qui

Il gioco degli scacchi tra intelligenze individuali e intelligenze collettive

a cura di Antonella De Robbio
Coordinatore biblioteche del Polo Giuridico
CAB Centro di Ateneo per le Biblioteche
Universita’ degli Studi di Padova

 

Il gioco degli scacchi è un esempio emblematico di come le intelligenze individuali possano convergere in intelligenze collettive.
Gioco degli scacchi come gioco di squadra?
Informazione aperta versus informazione chiusa?
Credenze e culture diverse come agiscono a livello di saperi e conoscenze?
A chi spetta prendere decisioni?
Vediamo come i recenti eventi nel gioco degli scacchi ci possono aiutare nell’individuare alcune criticità.

Venerdì 22 novembre 2013 il norvegese Magnus Carlsen, di appena 22 anni, ha battuto il campione mondiale di scacchi – in carica dal 2007 – l’indiano Viswanathan Anand, 43 anni, all’incontro di Chennai, in India.
Il nuovo campione del mondo di scacchi gioca da quando aveva 8 anni, e dall’età di 15 è considerato un professionista degli scacchi.
Sebbene per sua stessa ammissione abbia giocato migliaia di partite su internet – gioca online dopo una sconfitta a un torneo, per riprendere confidenza contro un ipotetico avversario – in realtà ha utilizzato ben poco i programmi informatici per giocare, ma si è formato leggendo i numerosi libri di scacchi posseduti dal padre.
Garri Kasparov in persona fu il suo insegnante privato, considerato da più parti il più grande scacchista di tutti i tempi.
A causa delle divergenze di carattere tra i due, a un certo punto l’indipendenza del giovane Magnus non tollerò più la rigida disciplina del mastro russo.

Due “intelligenze” profondamente diverse che nel 2010 portarono alla separazione, durante il torneo olandese di Wijk aan Zeeda [“Non possiamo costruire il nostro futuro semplicemente prolungando il passato” Charles Handy – prima lezione del corso]: Carlsen stava giocando contro il russo Kramnik (campione del mondo fino al 2007, prima di Anand) e Kasparov gli suggerì una mossa di apertura decisa all’ultimo momento, che fece perdere la partita a Magnus, sebbene egli vinse comunque il torneo.

Culture diverse a confronto: la russa, la nordica e l’orientale… la tradizione di rigidità e disciplina che viene dalla grande tradizione sovietica nel gioco degli scacchi, contrapposta all’autonomia del giovane nordico “campione della generazione dei computer” che vince contro il leggendario Anand considerato quasi un eroe nazionale in Asia, dove il Times of India aveva ipotizzato che Carlsen potesse barare cercando di “ipnotizzare” Anand per fargli perdere la partita.
La partita sottoposta alle analisi dei vari programmi di analisi scacchistica, non ha mostrato la benché minima debolezza nella strategia di Carlsen.
Il commento dello scrittore Paolo Maurensig, appassionato di scacchi e autore del libro “La variante di Lüneburg”, sul Corriere della Sera è: “Ciò che mi conforta è il fatto che le varianti vincenti escogitate da Carlsen non sono state neppure prese in considerazione dai vari super potenziati programmi di scacchi. Ciò significa che la mente umana non è ancora del tutto superata dai circuiti al silicio.”

Se ci si proietta in rete nel gioco degli scacchi, memorabile è la partita disputata tra il 21 giugno e il 22 ottobre 1999, che ha segnato una svolta decisiva nel modo di giocare agli scacchi.
La storica partita, tra l’allora campione russo Kasparov contro il Mondo (World Team), è definita da alcuni la più grande partita nella storia degli scacchi, ed è descritta come un esempio di “intelligenza collettiva” nel secondo capitolo del libro di Michael Nielsen sulle “nuove vie della scoperta scientifica” tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi..
Fu la prima disputata via internet, condotta sui server della Microsoft, dove Kasparov – che giocava sempre coi bianchi [sicurezza, scaramanzia, abitudine?] – affrontò una squadra rappresentante il resto del mondo. Parteciparono oltre 58000 giocatori di 75 paesi diversi, e fu seguita tra oltre 3 milioni di persone. Kasparov vinse dopo 62 mosse.
Un gioco scandito da tempi cadenzati, prestabiliti e rigorosi: le mosse di Kasparov venivano pubblicate ogni 48 ore, ed il Team del Mondo aveva 24 ore di tempo per scegliere la propria risposta.
La Microsoft aveva organizzato un forum dove discutere della partita, e aveva anche selezionato quattro giovani talenti scacchistici per suggerire le mosse alla squadra.
Sebbene nel complesso il World Team giocò molto meglio di quanto avrebbe fatto qualsiasi singolo giocatore della squadra, grazie al “prodotto”delle micro competenze di ciascuna intelligenza individuale,la gran parte delle decisioni strategiche e tattiche del World Team veniva presa in pubblico e quindi Kasparov era libero di usare quelle informazioni a suo vantaggio.
A guidare gli sfidanti meno esperti era presente una compagine di giocatori più o meno titolati – fra cui la campionessa americana Irina Krush ed il campione francese Etienne Bacrot – alla quale spettava il compito di commentare la situazione sulla scacchiera e fornire analisi ed indicazioni utili per la votazione della mossa da giocare.
Ma poi era il popolo della rete che votava le mosse favorite.
La questione delle decisioni fu determinante: “Mosse considerate dagli esperti come evidenti errori a volte ottenevano addirittura il 10 per cento dei voti, e ciò suggerisce che stessero partecipando molti principianti. In un caso il 2,4 per cento dei voti premiò mosse che non erano solo pessime, ma che violavano persino le regole del gioco!”

Almeno tre i concetti chiave che emergono.

Per creare intelligenze collettive occorre che la partecipazione sia “aperta” a conoscenze trasversali a tutto campo, per accogliere micro competenze dei settori non specialistici.
Non basta creare ambienti dove le intelligenze collettive – composte da micro competenze individuali – agiscono in potenza verso un progresso scientifico e tecnologico, ma serve che vi sia un nucleo ristretto che prenda decisioni sulla base delle informazioni “validate” (decisioni e euristica).
Altro aspetto alla base: laddove l’informazione non è condivisa e resta chiusa entro i recinti della conoscenza la vittoria non è così scontata.

La scienza non è un gioco individuale, ma un gioco di squadra e quindi più informazioni si condividono più si risolvono i problemi del mondo.

“Tutto può accadere”

a cura di Claudia Aglio
Responsabile del Servizio Contratti e Convenzioni dell’Università di Padova

 

“Impossibilità, problemi, difficoltà”: queste tre parole componevano la diapositiva proiettata durante il terzo incontro del corso dal titolo “L’approccio strategico per gestire il cambiamento” e suscitarono un immediato e profondo interesse; mi riproposi allora di individuare dei “mantra” da utilizzare per non affogare nel mare quotidiano di problemi e difficoltà.

Appuntai a grandi lettere sul block notes che è proprio in base a come noi ci atteggiamo che possiamo percepire una situazione come un problema o come una difficoltà e che per superare i nostri limiti non dobbiamo chiamarli limiti perchè in questo modo ci poniamo al di sotto e non li supereremo mai: insomma, scoprii che siamo noi a porci quei dannati limiti che poi danno luogo a problemi e difficoltà. Nel week end successivo, la domenica pomeriggio, nel momento solitamente dedicato al relax, aprii una rivista mensile che giaceva sul tavolino e incominciai a leggere l’editoriale, sfogliai con calma le varie pagine di moda e di seguito trovai una pagina fittamente scritta con il seguente titolo: ” Tutto può accadere”. L’articolo raccontava la storia del francese G. Garcin che, da fabbricante di lampadari, all’età di 67 anni intraprese la carriera di fotografo, attività che svolge tutt’ora con successo e premi prestigiosi all’età di 84 anni!

E’ una rivelazione: i limiti ai quali accenna l’articolo sono proprio quei famigerati limiti che impediscono le soluzioni dei problemi! In quell’istante ho realizzato di avere uno strumento potente a disposizione e, ho giurato, non l’avrei abbandonato: ho strappato la pagina della rivista e l’ho messa in borsa, per non dimenticare. Ehh sì, ma basta tenere il foglietto appresso per utilizzare lo strumento?

Forse no: credo servano allenamento ed esercizio costante, similmente a quanto avviene per potenziare i muscoli con le svariate sedute di palestra.

Comunque, il foglietto continuerò a tenerlo in borsa!

Per leggere l’articolo completo sulla storia di Gilbert Garcin Clicca qui

Riflessioni di una praticante Avvocato dopo il corso di Performando

L’intervento di Francesco Apuzzo alla Scuola Forense di Trento sul lavoro di Squadra e modalità di comunicazione esterna ha ottenuto molti feedback positivi, in particolare vi segnaliamo l’articolo scritto dalla dott.ssa Laura Valentini, praticante Avvocato.

In data 13 settembre 2012 si è tenuta un lezione alquanto particolare alla Scuola Forense di Trento.
Normalmente le nostre ore in aula sono scandite da interessanti interventi giuridici negli argomenti più vari, e sono finalizzate ad aiutarci nella preparazione dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato che dovremo sostenere nel mese di dicembre.
La lezione tenuta giovedì 13 dal dott. Francesco Apuzzo – consulente senior di Performando -, invece, è andata oltre al dettato codicistico e giurisprudenziale che permea il corso e le nostre vite, è andata a scavare in una parte della mente che, per il momento, pareva sopita, e ha risvegliato in noi – o almeno in me – riflessioni che, per quanto non attuabili immediatamente, potrebbero aiutare la mia persona ad avere in futuro rapporti lavorativi di collaborazione – o di gestione dei collaboratori, perchè no – più sereni, efficienti e gratificanti.
“Anche il mondo degli Studi Professionali è cambiato, o sta cambiando velocemente, ed è opportuno pensare di adeguarsi velocemente ai cambiamenti seguendo l’indicazione darwiniana che recita “Non è la specie più forte che sopravvive nè la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti“. La surriferita citazione proviene dal libro che ci è stato consegnato “Lo Studio Professionale vincente” curato dal team di Performando, un testo finalizzato proprio a fornire spunti di riflessione per adeguarsi al veloce ed irrefrenabile scorrere del tempo per riuscire ad ottenere molte più occasioni di sviluppo ed efficienza per ogni Studio Professionale, vista anche l’agguerrita concorrenza che caratterizza il nostro settore.
Per dirla con le parole di Francesco “anche i Professionisti possono, o devono, ragionare in termini di visione del futuro per poter da subito dichiarare che, mutatis mutandis, vi saranno molte più opportunità per continuare l’esistenza dello Studio stesso. E per l’esistenza intendo non solo la presenza come ragione sociale in utile di bilancio, ma anche che questa presenza sia snella, efficiente e non solo efficace, e generi benessere per tutte le parti coinvolte dall’operato dell’organizzazione“. Perchè una squadra serena, soddisfatta e spronata a fare meglio produce di più e contribuisce meglio alla crescita lavorativo-economica ed umana dello Studio.
Non mi resta che suggerire a tutti voi di affrontare questo tema, anche con la semplice lettura del libro che ho citato, o rivolgendovi personalmente a consulenti – formatori preparati come coloro che fanno parte di Performando. Il benessere organizzativo è la chiave per ottenere maggiore trasparenza, serenità, rispetto e conseguente efficienza all’interno di uno Studio.

Laura Valentini

Rugby: uno sport che allena alla vita

a cura di Alessandro Santini
Responsabile della comunicazione presso Dallara Automobili

 

Un pallone ovale in mano, una maglia nera adagiata sopra 191 centimetri di muscoli, due occhi piccoli, uno sguardo intenso e deciso e queste semplici parole: “il rugby non è uno sport, è un modo di vivere. Per noi, neozelandesi è come une religione”.
Siamo in un campo di calcio di provincia e chi mi parla è nientemeno che John Kirwan, uno che ha giocato novantasei incontri con gli All Blacks (la squadra di rugby più forte del mondo, nazionale capace di vincere il 74,5% delle partite disputate nella sua storia), realizzando centoquarantatre punti e trentacinque mete.
Uno che faceva i cento metri in dieci secondi e otto centesimi, nonostante pesasse circa 100 Kg, uno che ha l’attuale record di percorrenza con la palla in mano (90 metri), culminata con una delle più belle mete della storia, proprio contro l’Italia nel 1987.
John è lì che ti parla con il suo simpatico accento neozelandese, con grande serenità, e cerca di trasmetterti la mentalità che anima questo sport: “nel rugby, quello che conta è la squadra, non il singolo. Non esistono i voti individuali. Uno è nessuno: la parola fondamentale è sostegno, all’azione, al compagno”.
Quando allenava la nazionale italiana di rugby, simpaticamente disse: “Voglio che gli italiani giochino come italiani, con passione ed azzardo, come quando guidano la macchina”.
Ora allena la nazionale giapponese e nei ritagli di tempo si diletta in corsi di formazione, dove fa notare ad “aspiranti” e/o affermati manager che i parallelismi fra sport ed azienda sono davvero tanti e che solo avendo uno spirito di squadra, collaborazione e “sacrificio” si possono ottenere dei risultati eccellenti dentro e fuori il proprio luogo di lavoro.
Ci fa capire che il rugby è sempre una storia di vita, perché è uno degli sport più aderenti alle esigenze di tutti i giorni: lavoro, impegno, sofferenze, gioie, timori, esaltazioni.
Ci fa comprendere appieno che non è uno sport da protagonisti, ma una somma di sacrifici e che non esistono ex-rugbisti: chi ha giocato a rugby è rugbista tutta la vita. Non è un caso che in inglese non si dica “rugby player”, cioè giocatore di rugby, ma “rugbyman”.
Un po’ goffi, proviamo i primi esercizi sotto la sua guida, con il pallone ovale che rimbalza sull’erba come una frase di Joyce sulla sintassi.
John parla a ruota libera, ci spiega le regole base, le curiosità del campo ed ad ogni parola ci stupisce sempre di più: “il rugby è uno sport aggressivo, ma non violento. Per esempio, non si può placcare un giocatore senza palla. L’arbitro è un educatore: prima di fischiare il fallo, ti avverte. Nessuno osa protestare. E fa uso della moviola quando c’è una meta contestata”.
Annusiamo dal suo atteggiamento e dalle sue parole il clima che c’è intorno a questo sport, dove i tifosi delle due squadre vivono la partita vicini, senza controlli. Nel rugby infatti si gioca con un avversario, non contro un avversario. E a fine partita, i giocatori hanno un terzo tempo, fatto di birre, sudore e strette di mano tra chi dieci minuti prima se li dava di gusto.
Tu rimani un po’ stordito di fronte a queste realtà. Perché sei nato in Italia. Perché a cinque anni eri già sui campi d’erba, ma con un pallone meno ovale e più circolare. Gli davi dei calci, anziché prenderlo fra le mani ed abbracciarlo con delicatezza. Dopo venti anni, sei ancora lì a dargli dei calci tutte le domeniche e non cambieresti una rete che si gonfia neanche con quattro racchette da tennis, due canestri e sette mazze da baseball.
Pensi, però, anche a tutto quello che c’è intorno. Al calcio dilettantistico che “affronti” ogni settimana, dove c’è totale mancanza di educazione, sportività e lealtà nei confronti di avversario e arbitro.
Ai campi parrocchiali e provinciali, dove genitori ai bordi del campo vedono nel proprio figlio il futuro Totti e lo stimolano ad annientare l’avversario.
Agli spalti della serie A, dove zone franche dello stadio diventano spesso teatro di violenza e sfoghi all’insegna dell’inciviltà.
Alle trasmissioni Tv che ne seguono, dove la moviola fa l’autopsia di ogni azione e scatena zuffe da “bar dello sport”.
Ai comportamenti dei giocatori in campo, idoli o miti, ma non più modelli sia di abilità tecnica che di stile, lealtà sportiva ed equilibrio di vita come erano i vari Piola, Picchi, Facchetti.
Così ti rendi conto di quanto il calcio che, in sé, è fortemente educativo (educa al rispetto, al lavoro di squadra, all’anticipo, alla strategia, alla creatività), stia diventando sempre più diseducativo, con comportamenti e mentalità da “riformare”. Soprattutto se paragonato ad altre discipline.
Si dice che il calcio sia uno sport da gentiluomini, giocato da bestie e che il rugby sia uno sport da bestie, giocato da gentiluomini. Gentiluomini di tutte le classi sociali e non adatto ad un cattivo sportivo, a qualsiasi classe appartenga.
Rimani convinto che l’emozione di una meta non potrà mai raggiungere, anzi, nemmeno sfiorare quella che ti scatena un gol. Magari al novantesimo. Con un fuorigioco dubbio. In un derby. Tu, il tuo sport del cuore, non lo abbandonerai mai.
Ma ogni tanto ripensi a quegli occhi piccoli, a quello sguardo intenso e deciso, agli “insegnamenti” ricevuti da quei 191 centimetri provenienti dall’altra parte del globo.
E rimani sempre più affascinato dallo straordinario spirito che anima il rugby, dove si vince con modestia e si perde con leggerezza, dove il cervello ed il cuore contano più del fisico, dove quattordici uomini lavorano tutti uniti per dare al quindicesimo mezzo metro di vantaggio, dove la vittoria passa sempre dalle mani di un compagno.
E dove tifosi, famiglie, tecnici, allenatori e giocatori respirano a pieni polmoni un’aria pulita e sana. Senza esasperazioni o degenerazioni. Quella vera e genuina. Quella dello sport.

Il mentoring. Una guida saggia, un modello positivo a cui ispirarsi per crescere

 

a cura di Paolo Mezzaroba
Human Resources Manager presso Sit Group

“Dimmi Francois, qual’è la tua filosofia della leadership? Tu come ispiri la tua squadra a dare il meglio?” chiede Nelson Mandela, nella scena centrale del film Invictus, al capitano della nazionale sudafricana di rugby che si accinge ad affrontare i favoritissimi neozelandesi nella finale del Campionato del Mondo in Sudafrica.

Mandela sa che gli Springboks dovranno superare se stessi per battere i favoriti All Blacks e realizzare non solo il loro sogno di vincere la Coppa del Mondo, ma anche quello, del Presidente in primis, di vedere tutto il popolo sudafricano, senza distinzione di razza, gioire unito sotto un’unica bandiera. Per questo, Mandela ha invitato il capitano a prendere un thè nel riservatissimo salottino del palazzo presidenziale.

“Con l’esempio, ho sempre dato l’esempio per guidarli” risponde Francois.
“Questo è giusto. Ma come fare a renderli migliori di quanto loro credono di essere? E’ questo che io trovo difficile” confessa Mandela.

E’ sostanzialmente la stessa domanda che, come Direzione Risorse Umane ci siamo posti, fin dalle prime fasi di progettazione di Managerial Paths, interrogandoci su come favorire gli allievi nell’esprimere tutte le proprie potenzialità e su come fare in modo che i Project Works finali diventassero l’occasione per renderli consapevoli di una crescita professionale e relazionale di cui essi stessi si sentissero protagonisti.

La risposta è stata trovata nell’attribuire un Mentore, ovvero un manager del Gruppo Sit, a ciascun allievo (Mentee). Per la prima edizione di Managerial Paths, sono stati identificati e nominati 7 Mentori che si sono presi in carico i 9 Mentee.

Ma cos’è più precisamente un Mentore e quali sono gli scopi dell’attività di Mentoring di cui Sit Group, distinguendosi nel panorama delle aziende italiane, si è voluta dotare?

Il Mentore (personaggio mitologico dell’antica Grecia) è una sorta di consigliere fidato, una guida saggia, un modello positivo ma comunque senza legami gerarchici con il Mentee.
Il Mentore si pone a fianco del Mentee per facilitarne l’orientamento all’interno dei processi organizzativi dell’azienda, al fine di reperire più velocemente le informazioni di cui ha bisogno per realizzare i propri obiettivi (il Project Work nel caso specifico di Managerial Paths).
E’ colui che “fa luce” sulle dimensioni che il Mentee deve costantemente allenare: la dimensione tecnica (la consapevolezza di doversi tenere professionalmente aggiornato); la dimensione mentale (il problem solving, la gestione del tempo, l’organizzazione delle proprie attività); la dimensione emotiva (la relazione con i propri stakeholders).
L’attività di Mentoring trova i suoi presupposti fondamentali nello stabilire tra Mentore e Mentee una relazione facilitante, basata sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla sincerità perchè non si giudica la prestazione ma si cerca di favorire l’imprenditorialità dell’agire compresa la capacità di prendersi dei rischi.

Una relazione che nasce e si costruisce in un ambiente protetto perchè nulla trapela al di fuori delle quattro mura in cui i due s’incontrano non a cadenza prefissata ma ogni qualvolta il Mentee ne senta il bisogno.

Una relazione dove il Mentore aiuta a fissare gli obiettivi, cerca di far apprendere piuttosto che di impartire insegnamenti, tenta di liberare le potenzialità del Mentee e di portare al massimo il suo rendimento lasciandolo libero di fare la scelta finale e di sbagliare, se ciò serve a farlo crescere, ma sempre pronto ad re-indirizzarlo, a suggerire e soprattutto ad ascoltarlo per trovare insieme a lui le soluzioni alternative per ripartire.

Una relazione dove il Mentee porta i propri problemi, i propri sogni, le proprie ambizioni ed il Mentore utilizza esempi di successo ed insuccesso anche personali (story telling) sia per suffragare la bontà delle eventuali soluzioni trovate sia per ispirare il Mentee fornendogli quell’energia mentale ed emotiva che gli consente di trovare fiducia in se stesso e gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Nel colloquio a tu per tu con Francois, messo a proprio agio da una fumante tazza di thè nel salottino protetto del palazzo presidenziale, il presidente Mandela, splendido esempio di mentore del Capitano della nazionale di rugby sudafricana che vincerà la finale contro i neozelandesi, e indiscutibile leader di un’intera nazione che vince l’apartheid, così risponde alla domanda, lasciata sospesa all’inizio di quest’articolo, su come fare per rendere i componenti di una squadra migliori di quanto loro credono di essere: “Con l’ispirazione è possibile.” “Ma”, continua subito dopo “come facciamo ad ispirare quelli che ci circondano?. “A volte credo che la risposta sia nel lavoro di altri. …..Io ricordo quando m’invitarono alle Olimpiadi del ’92 a Barcellona: tutti i presenti allo stadio mi accolsero con una canzone (l’inno nazionale Sudafricano). A quei tempi il nostro futuro sembrava molto fosco ma a sentire quella canzone intonata dalle voci di persone provenienti da tutto il pianeta, mi fece sentire orgoglioso di essere Sudafricano, mi diede l’ispirazione di tornare a casa e fare meglio. E m’incoraggiò a pretendere di più da me stesso”.

Abbiamo bisogno d’ispirazione Francois, perchè per poter costruire la nostra nazione dobbiamo tutti cercare di superare le nostre aspettative.”

Ecco, il cuore dell’attività di un Mentore sta tutta in queste parole ed in questi comportamenti.

Per costruire un futuro di successo per Sit Group dovremmo tutti imparare ad essere dei Mentori verso qualcuno con cui stiamo lavorando e, in una sorta di circolo virtuoso, cercare d’ispirare l’azione dei nostri colleghi e collaboratori, per fare emergere, soprattutto nei più giovani, quel coraggio, quella passione e quel talento rimasti inespressi ma capaci, una volta manifestatisi, di spezzare la routine quotidiana e di cambiare e migliorare la nostra azienda.

“Non costa nulla e fa la differenza. E vi rende leader” ha scritto una collega Mentore.

Ma anche voi, più giovani, non abbiate paura di chiedere consigli, non abbiate imbarazzo nel cercare aiuto per essere guidati a far meglio, per crescere come professionisti, come leader, come squadra ma anche come uomini, “per diventare voi stessi Mentori generosi di altri”.

I feedback degli studenti del corso Metodologie della formazione dell’Università di Padova

Nicola Ceron
Il percorso fatto in queste lezioni mi ha lasciato molto non solo in termini “lavorativi” e di studio ma anche, e soprattutto, in ambito personale.
Balza subito il ricordo dell’incontro con Pasquale Gravina ed il profondo messaggio lasciato; mi porto a casa la consapevolezza di credere negli obiettivi e di trarre spunto dalle sconfitte vissute (cosa in cui credo molto ma che è sempre bene tenere a mente).
Per quanto riguarda l’aspetto didattico posso solo dire che per me è stata una conferma di quello che pensavo:credo moltissimo nella formazione esperienziale!
Le mie aspettative iniziali credo siano state completamente soddisfatte; sono già dentro il campo della formazione come volontario in più associazioni ed ho avuto le nozioni teoriche necessarie a riempire le lacune che avevo.
Mi è dispiaciuto solo avere poche ore e non avere avuto la possibilità di provare un outdoor o anche solo “visitare” qualche luogo dove si fanno corsi del genere per poter capire le dinamiche sul campo; leggere le slides o vedere delle foto rende sempre meno in confronto alla possibilità di vivere di persona qualcosa.

Silvano Marini
Ho trovato molto utile il modo di affrontare le lezioni mettendo insieme esperienze concrete,subito applicabili e nozioni teoriche: in questo modo sono riuscito a fissare meglio i concetti.
Mi sono trovato bene anche perchè gli argomenti affrontati “fuori programma” ,come il silenzio in aula, mi hanno stuzzicato ancora di più a comprendere e,soprattutto, hanno aumentato la mia voglia di approfondire.
L’unica critica è stata la difficoltà a prendere appunti su alcuni aspetti puramente teorici affrontati a livello pratico, ma d’altra parte è proprio ciò che ha stimolato la capacità di collegare gli argomenti e cercare di creare da solo una trama e un ragionamento. Grazie per ogni proposta e spero che in futuro quest’esperienza venga rivolta anche ai prossimi “futuri formatori” di questo corso di laurea.

Ilaria Scremin
Premessa: quando ci avete consegnato l’ orario e ho visto che le lezioni di laboratorio del prof. Di Lenna sarebbero state per la maggior parte al giovedì mi è venuto un colpo, perché il giovedì non posso mai frequentare per impegni di lavoro.
Inizialmente ho pensato di comunicare dove lavoro che non sarei più potuta andare, poi però mi sono organizzata, ho individuato quali sarebbero state le lezioni più importanti, e sono riuscita sia a tenere il lavoro che frequentare il corso, perdendo solo 2/3 lezioni.
Premesse a parte, voglio veramente dire grazie ai nostri professori e allo staff di “Performando”, perché sono finalmente riusciti a togliermi numerosi dubbi su chi fosse sto maledetto formatore e soprattutto me lo hanno fatto amare; piano piano sto iniziando a fare ordine nella mia testa e a capire che voglio fare nel mio futuro.
Ritengo che sia fondamentale dare agli alunni opportunità così concrete per rendersi conto di cosa stanno veramente studiando.
Quando torno a casa dall’ università e racconto alla mia famiglia o a mio moroso quello che facciamo a lezione mi ridono dietro e mi dicono: ma vai imparare qualcosa o ti fanno solo giocare?? Che università è???
Ma che ci vuoi fare… per capire e comprendere tutto ciò, dovrebbero fare dei corsi di formazione e solo allora, forse, capirebbero cos’è effettivamente la figura del formatore.
Mi sembra di aver detto tutto, grazie ancora e un grosso saluto al prof. Di Lenna, alla prof. Fedeli e a tutto lo staff di Performando.

Leggere narrativa letteraria allena la mente

a cura di Antonella De Robbio
Coordinatore biblioteche del Polo Giuridico
CAB Centro di Ateneo per le Biblioteche
Universita’ degli Studi di Padova

Riflessioni a seguito delle lezioni in aula al corso di formazione EMPOWERMENT INDIVIDUALE E ORGANIZZATIVO – MODULO STRATEGICO sul tema “Le convinzioni” Le 6 emozioni fondamentali (Ekman 1982) e in particolare “Cosa allenare: allenamento a 4 dimensioni”. Allenare la mente

Capire gli stati mentali altrui è una capacità fondamentale che ci permette di gestire il complesso di relazioni sociali che caratterizzano le società umana.

La capacità di percepire e identificare gli stati soggettivi altrui è uno dei processi più affascinanti dell’evoluzione umana, in particolare perché permette di entrare nello spazio delle relazioni sociali complesse, contribuendo a sostenere le risposte empatiche individuali entro le relazioni stesse.

Sono pochi gli studi di ricerca che hanno indagato sui meccanismi che favoriscono questa complessa abilità sociale conosciuta in Psicologia come Teoria della Mente (Tom in inglese), facoltà che inizia a manifestarsi nei bambini intorno ai quattro anni, per poi continuare a svilupparsi nel corso della vita e che ci permettere di “leggere” la mente dell’altro e di comprenderne gli stati mentali.

Tom ci è di aiuto nei casi di difficoltà interpersonali o per esempio nella gestione delle relazioni di gruppo, proprio perchè consiste nel saper attribuire degli stati mentali – desideri, credenze, intenzioni – a sé e agli altri. E’ possibile misurare questa abilità coN dei test per esempio chiedendo ai soggetti di identificare le emozioni provate da persone di cui si vedono solo gli occhi.

Una nuova ricerca pubblicata di recente sulla prestigiosa rivista Science e messa a punto da David Comer Kidd e Emanuele Castano della New School for Social Research di New York, ha messo in luce i risultati di cinque esperimenti che hanno indagato l’effetto che la lettura di opere di “narrativa letteraria” ha sulla capacità di comprendere gli stati mentali degli altri.

Leggere un grande libro moltiplica le prospettive e acuisce la capacità di intuire cosa provano e pensano le persone che incontriamo nella vita reale.

Generalmente la “narrativa letteraria” si considera dotata di maggior valore artistico e culturale, rispetto alla “narrativa di genere” considerata stereotipata, commerciale, sensazionale, melodrammatica e sentimentale.

I ricercatori hanno scoperto che l’abilità di entrare in empatia con gli altri è influenzata dalle letture fatte, anche scontando le differenze nel livello di cultura dei partecipanti.

Gli articoli di argomento scientifico non aumentano l’empatia, del resto il loro scopo è informare, non emozionare. Ma nemmeno la lettura dei libri più venduti su Amazon lascia il segno. Si suppone che i lettori di narrativa di genere (il pubblico di massa) abbiano gusti letterari più grossolani rispetto ai lettori di narrativa letteraria e spesso i titoli di grande successo, come i best seller hanno meccanismi prevedibili e personaggi piatti che invece di sfidare il lettore, confermano i suoi automatismi e le sue aspettative. La narrativa di genere è quindi essenzialmente vista come letteratura destinata al mercato di massa.

Libri di grandi autori come Alice Munro – Premio Nobel 2013 – o Anton Cechov ti aprono le porte di altri mondi interiori e ti cambiano.

Lo studio ha dimostrato come la lettura di narrativa di qualità, romanzi di grandi autori, porti il lettore a migliori prestazioni cognitive, migliorando la capacità di individuare e comprendere le emozioni altrui agendo sull’inferenza e la rappresentazione degli altrui credenze e intenzioni.

Lo studio ha coinvolto centinaia di lettori reclutati nella libreria online di Amazon, i quali hanno dovuto leggere alternativamente testi considerati di “bassa” narrativa e testi di “alta” narrativa.

Nella categoria narrativa letteraria sono stati selezionati il racconto lungo “Corrie” della Munro e la novella “Il camaleonte di Cechov”. Il protagonista della novella, il commissario Ociumielov, cambia più volte opinione e comportamento in un breve arco di tempo, a seconda delle informazioni che gli giungono sul caso che sta seguendo.

Dopo la lettura dei testi i lettori hanno affrontato dei test cognitivi.

La conclusione è che lo spartiacque tra opere letterarie e best-seller non è solo una questione di gusti, la differenza c’è e si vede.

Non è sufficiente la lettura di un libro qualsiasi per migliore la nostra mente, ma l’elemento chiave è rappresentato proprio dal tipo di narrativa di cui si fa uso.

Lo studio ha previsto tre diversi generi letterari.

Nella prima categoria che si riferiva alla narrativa “letteraria”, sono state “somministrate” opere di maggior prestigio letterario che raccontavano storie percepite come verosimili.

La seconda, la “narrativa di genere”, comprendeva romanzi di fantascienza.

La terza, denominata “non-fiction”, raggruppava tutte le opere non categorizzabili nei due gruppi precedenti, come ad esempio le opere a matrice storica.

“Se dovessi consigliare ai lettori italiani due libri di narrativa, non avrei esitazioni: “Il sogno di mia madre” e “Nemico, amico, amante…”, entrambi di Alice Munro. So che, in Italia, forse appena trenta persone conoscono che Alice ….”

Così si esprimeva Piero Citati nel suo saggio !La malattia dell’infinito. La letteratura del Novecento! Mondadori [2008 pag. 455-461], ben cinque anni prima che Alice Munro vincesse il Premio Nobel per la Letteratura 2013, definita dai media come la maestra del racconto breve, chissà perché, visto che in realtà il suo racconto più breve supera le cinquanta pagine.

Certamente non è una scrittrice minimalista.

Il risultato dello studio, precedente l’assegnazione del Nobel 2013 alla Munro, ha evidenziato che sono proprio opere di questo tipo a stimolare un maggior pensiero creativo, opere di maggior prestigio letterario che raccontavano storie percepite come verosimili.

Uno degli stratagemmi narrativi della Murno è insito nella sua capacità di aprire uno “spazio bianco” nel racconto dove il tempo del racconto può essere lungo decenni, un abisso temporale tra il presente e il passato, una frattura che sgomenta proprio perché fa parte del tessuto della nostra vita.

La deviazione narrativa è un altro degli stratagemmi letterari della Munro che nel raccontare un fatto non lo racconta descrivendolo, non tenta di narrare sensazioni o emozioni che quel determinato evento suscita, ma focalizza tutta una serie di dettagli laterali, collocando il fatto in questi dettagli apparentemente inutili dentro un contesto emotivamente intimo e forte.

I dintorni del fatto generano nel lettore “un’impressione di casualità e di gravità, che ci sembra assolutamente necessaria.”

A seguito di queste letture si instaura un coinvolgimento intellettivo superiore che permette di ottenere effetti positivi sulle abilità sociali.

La letteratura narrativa richiede un maggior coinvolgimento intellettivo del lettore, necessario per comprendere le mille sfaccettature che si snodano nel racconto e la complessità di ciascun personaggio.

I romanzi stimolano un processo intellettivo raffinato necessario per scrutare dentro ogni personaggio proprio come accade nella vita reale e dare senso al loro comportamento.

In altre parole ci mettono in sintonia con il mondo.

Formazione e team building a Maso Poli in Trentino

a cura di Mattia Sottovia

ll 25 giugno scorso la famiglia Togn, titolare di Gaierhof – Vinicola Valdadige Srl, ha ospitato i Giovani imprenditori di Confindustria Trento nella splendida cornice di Maso Poli (a Pressano-Trento), per una serata dedicata alla formazione, intesa quale strumento per lo sviluppo di legami solidi e strutturati tra i singoli imprenditori che compongono il Gruppo.

L’iniziativa si è concretizzata in un corso-esercitazione di “team building”, coordinato da Andrea Di Lenna e Francesco Apuzzo, della società Performando Srl, che si sono prodigati nel guidare i Giovani Imprenditori in un percorso esperienziale basato sulla realizzazione di precisi obiettivi attraverso il lavoro di squadra.

Condivisione, coordinazione e collaborazione sono state le leve attraverso le quali i formatori hanno cercato di stimolare l’interazione e la conoscenza tra tutti i partecipanti, favorendo la strutturazione di rapporti informali, ma con spirito proattivo.

Le metodologie utilizzate, basate sulla psicologia, sulle tecniche di gestione organizzativa e sul gioco, hanno consentito anche agli imprenditori di recente iscrizione al Gruppo di entrare rapidamente in sintonia con gli altri colleghi, e hanno rinvigorito in tutti i partecipanti il senso di appartenenza e la propensione alla partecipazione e alla condivisione delle esperienze.

Si è voluto creare l’occasione per un inserimento efficace dei numerosi nuovi iscritti registrati negli ultimi mesi di attività, e pertanto, al termine del momento formativo, si è provveduto a garantire a ciascuno di essi la possibilità di presentare sé stessi, la propria azienda e la propria attività.

Hanno quindi preso la parola Matteo Barbetta (Ecotop Srl), Serena Beber (Ecotop Srl), Martina Bosetti (Distilleria Bertagnolli Srl), Alessandro Fedrizzi (I & S Informatica e Servizi Srl), Francesco Orefice (Dial Srl), Vincenzo Orefice (Dial Srl), Serena Pancheri (Atis Srl), Mauro Preghenella (Eurovending Srl) e Michele Zadra (Zadra ltalpese Srl).

La serata si è poi conclusa con un’interessante visita aziendale, nel corso della quale Martina Togn (componente del Consiglio direttivo dei Giovani imprenditori) ha sapientemente coniugato interessanti informazioni sulla storia ed i valori dell’azienda di famiglia, con la spiegazione dei particolari processi che caratterizzano la gestione dei vitigni e la produzione dei vini e dello spumante del celebre marchio.

Un ringraziamento particolare viene rivolto dal presidente Alessandro Lunelli e dal Consiglio direttivo alla famiglia Togn per la splendida ospitalità e ad Andrea Di Lenna e Francesco Apuzzo (Performando), per aver messo a disposizione del Gruppo, gratuitamente, la loro professionalità ed esperienza, in uno spirito di grande amicizia e con risultati valutati in modo entusiastico da parte di tutti i partecipanti.

L’articolo è presente sull’edizione Agosto-Settembre di Trentino Industriale, bimestrale edito da Confindustria Trento.

Clicca su questo link per sfogliare la rivista (l’ articolo è a pagina 50)

La formazione è davvero un costo?

a cura di Angela Chiericati
Psicologa del lavoro
Partecipante al Master in Gestione delle Risorse Umane “People Management”
presso Cà Foscari Challenge School

Il contesto economico attuale ha portato varie realtà aziendali a ridimensionare il budget annuale e, inevitabilmente, a ridurre le spese legate ai progetti formativi reputando che l’apprendimento e l’acquisizione di nuove strategie siano un costo evitabile e, pertanto, debba essere accantonato e ripreso in tempi più floridi.

Ma noi siamo davvero convinti che sia proprio così?

A riguardo nutro qualche perplessità e, affidandomi ad un giudice imparziale, chiedo aiuto alla Storia in quanto essa trascende da ogni tipo di background socio culturale e racchiude, in tutta la sua pienezza, l’essenza dell’umanità.

L’evoluzione umana infatti ci insegna che il motore dello sviluppo e del miglioramento continuo sta nel prezioso segreto di porsi costantemente nuove domande, di avere una mente creativa e innovativa, assetata di nuovi contenuti, di sfide che mai nessuno ha osato porsi perché, essere un uomo-scienziato, richiede un impegno mentale molto faticoso e in continuo divenire, privo di verità assolute ma ricco di scienze inesatte e migliorabili.

Eraclito già a suo tempo l’aveva intuito e nelle parole “Panta Rei” è riuscito a racchiudere il senso profondo della formazione e dello sforzo adattivo dell’uomo che, in epoche diverse, affronta sfide nuove per rendere se stesso e la sua società migliore e maggiormente performante. Sorge pertanto spontanea la domanda:

Quale migliore momento se non quello attuale per mettere in pratica questo invito?

Lo stallo socio-economico che stiamo vivendo è, in quanto scoglio tra noi e la ricrescita, un crogiolo di nuove possibilità e di ripensamenti creativi del nostro fare impresa. E’ un’importante opportunità di rivedere il passato per progettare modalità innovative di proporci nel mercato, in modo da reinventare le vecchie logiche di business e solcare nuovi orizzonti.

Dobbiamo essere agenti di possibilità!

Il mio è un monito che lancio a tutti coloro che vogliono essere agenti di cambiamento e di miglioramento dello stato attuale delle cose, per avviare una nuova stagione ricca di professionalità, innovazione e creatività!